Cinerubrica ep. 1: "Enea", di Pietro Castellitto
Ho cercato più volte di trovare un filo conduttore su questo blog, ma la verità è che sono andata spesso fuori tema. Ho scritto di quarantena e di società post-Covid, l’ispirazione iniziale che ha dato vita a questo spazio libero concepito tra le quattro mura di un monolocale milanese. Di società e vita quotidiana. Qualche racconto breve. Riflessioni semiserie sulla vita.
C’è però qualcosa di cui non ho mai scritto. Forse perché non ho nessuna competenza per farlo, mentre per parlare di costume e società e per vestire i panni dell’umorista e della narratrice di noialtri non servono titoli, studi o pubblicazioni accademiche.
Il cinema. O le serie TV. Insomma, l’intrattenimento audiovisivo. Suona bene, no? Va bene, facciamo che dedico un po’ di spazio su questo blog alla settima arte.
Cercate recensioni tecniche? Cercate opinioni autorevoli? Giudizi ineluttabili? Non è il posto per voi. Io vi dirò cosa mi è piaciuto e cosa no, sulla base della mia sensibilità, del mio gusto personale, di frammenti che mi sono rimasti impressi nella retina e nel cervello e altre cose che ho velocemente (e felicemente) dimenticato.
Oggi voglio dedicarmi a un film che ho visto proprio ieri al cinema. Il film è Enea, di Pietro Castellitto, figlio del più famoso Sergio. Mi riferirò al regista chiamandolo solo Pietro, un po’ perché è mio coetaneo, un po’ perché voglio scollare la mia valutazione dal peso e dalla carriera del padre, regalargli una sua identità nonostante il privilegio di essere un figlio d'arte.
È il primo film che vedo di Pietro e ci ho scorto dentro alcune cose interessanti. Innanzitutto, mi è piaciuto lo slang crudo e schietto da giovani maschi romani di Enea e suo fratello, che stride forte con il contesto borghese, di agio e ricchezza, dal quale provengono. La loro maleducazione, la prontezza con cui ricorrono alle mani, la sfrontatezza con la quale fumano in spazi chiusi, gli auricolari di Enea costantemente conficcati nelle orecchie anche a tavola. Tutto questo in vivido contrasto con il lusso di casa loro, l’apparente mindfulness naïf della loro madre, lo sguardo dolente di Celeste, il loro padre psicologo. Mi è piaciuto perché questo quadro è dipinto con realismo, senza quel moralismo paternalista che tanto ammorba la cinematografia italiana, ma privo anche di quell’eccesso di benevolenza materna che porta a dire “So’ ragazzi”. Un cucchiaio di autoironia, un pizzico di autoindulgenza e una spolverata di vanità: questa la ricetta di Pietro.
Mi è piaciuto il dolore dei personaggi che alla fine rompe la maschera, trapela in superficie ma non è mai strappalacrime o da nodo allo stomaco. Piuttosto, Pietro punta alla catarsi: il lato oscuro di Celeste e il suo modo di sfogare quella rabbia che a parole asserisce di non provare, Valentino e la quieta malinconia della canzone che canta, sempre la stessa, spezzata dalla sua voglia di volare, di liberare la madre, di liberare se stesso, Giordano e il suo monologo che prima che diventi troppo serio e sorrentiniano viene spezzato dal cinico humor di Enea. Mi è piaciuto anche come Enea sia immune a questo dolore, forse perché, come Simone, ha imparato anche lui a "resistere".
Mi è piaciuta meno la presenza, la predominanza, oserei dire l’ingerenza di Roma. Bella, Roma. Ce l’ha raccontata Fellini, ce l’ha raccontata Sorrentino, ce l’hanno raccontata in tanti. «Sento che c'è come una grande bocca sopra questa città, pronta a mangiarci tutti», sentenzia Matteo Branciamore da una delle splendide terrazze che guarda sui tetti aranciati di Roma, smessi i panni del cantautore adolescente innamorato della sorellastra Eva e vestiti quelli del cupo e guercio gangster.
Roma e la sua borghesia, frivola, che si dà un tono intellettuale ma poi è vuota, corrotta. Che si diverte, esagera, eccede, che non pensa al futuro, che brucia in una fiammata. Che ama e disprezza la vita, che compatisce e disprezza la povertà, che vi si riempie la bocca e disprezza la cultura, che brama e disprezza il denaro. Il tono con cui la si descrive può essere satirico, romantico, critico, indulgente, schifato, non importa. L’abbiamo vista in tante salse e forse vedo troppo nella rappresentazione di Pietro che mi crea un senso di déjà-vu. Comprendo lo sguardo nuovo con cui si tratta un tema vecchio, seppur senza tempo, ma sono curiosa di sperimentare altro di Pietro, fuori dalla romanità, fuori dal suo habitat.
Non farò pagelle né darò un voto. Non mi ha travolto e sedotto con la forza dei capolavori, non mi ha annoiato o disgustato come un buon numero di film sa fare. Mi ha fatto sollevare qualche critica e strappato qualche risata. Mi è piaciuto in qualche istante e mi ha disturbato in altri. L’ho trovato troppo autoreferenziale in alcuni punti, ma talvolta simpatico. Mi ha suscitato insofferenza e tenerezza. Qualche frammento si è cristallizzato nella memoria, qualche frase aleggia ancora. Significa che Pietro è riuscito in qualche modo a intrigarmi, anche a infastidirmi, sicuramente a colpirmi.




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