Camere in affitto
Apre piano la porta e mi scruta attraverso lo spiraglio, dietro la sicura in metallo. Mi fa entrare nel piccolo tinello. I fiori secchi nel centrotavola, un centrino stinto che abbraccia il tavolino basso, le poltrone lise. Odore di solitudine. Il sole malato irrompe con forza attraverso la finestra, schermato dalla tapparella a mezz’asta, illuminando la stanza, il cucinino alle sue spalle, il suo volto diafano. Rimbalza sulla parete bianca, sulle sue braccia esili, sulle dita lunghe. Una penombra polverosa continua però a strisciare dagli angoli bui, vomita dal lavello scuro, scivola dall’alta credenza, imbratta la stanza.
La ragazza mi conduce a visitare la camera che ha messo in affitto, quella che ho visto sull’annuncio. Apre una porta su un corridoio buio, stretto, ci addentriamo nelle viscere dell’appartamento. Nella penombra del corridoio si stagliano delle stanze. Una lavanderia, i soffitti alti, senza finestre, lo stendino e la lavatrice. Una camera da letto più grande, buia, con un copriletto stinto a motivo floreale. Mentre cammino ho l’impressione che il tempo si dilati, che lei sia lontanissima e poi più vicina. Ecco la mia stanza, un quadrato angusto, con una finestra che guarda su un cavedio, un’intercapedine tra i muri del palazzo. Quello spazio chiuso, senza uno sfogo di luce e di aria, mi stringe la gola. La ringrazio, le dico che ci devo pensare, cerco l’uscita. Di nuovo il corridoio, la stanza buia, la lavanderia. Non mi volto indietro, l’ombra mi avvolge, mi punge la schiena. Cerco la luce del tinello, gli squallidi contorni del mobilio. Alla luce, il volto della ragazza è ancora più pallido. Imbocco la porta farfugliando qualcosa, adios, voy a hacerle saber, e fuggo via, via da quella casa malata di tristezza, da quel posto dimenticato, da quegli occhi spenti, immemori della luce del sole, dei colori vividi, del vento e del mare di Barcellona.
Bienvenida. Mi accoglie all’interno del suo appartamento, al secondo piano del palazzo, tra un alimentari etnico e uno squallido bar. L’appartamento è vecchio, i muri colorati scrostati dal tempo e dalla salsedine che si insinua fin lassù, sulla collina del Montjuïc, morde e consuma la città. Mentre mi conduce nella mia camera ha un luccichio negli occhi, indugiano un secondo di troppo sulla mia pelle, mi lasciano un brivido di fastidio. La stanza non ha chiavi e ha una finestra che si affaccia su un corridoio condiviso, mal celata da una tenda logora. Hay una otra chica, asserisce, ma di lei nessuna traccia. Non una borsa, non una suppellettile, nulla che accerti la sua presenza in quel piso. Un vago senso di minaccia, un’allerta che scorre nel sangue della nostra specie, un istinto di conservazione. Ringrazio e lo lascio solo nel suo appartamento, col suo sorriso storto, i capelli arruffati, lo sguardo languido, le pareti scrostate, il vago odore di aglio delle pietanze etniche che si insinua dalle finestre.
Il primo senso colpito è l’olfatto, l’odore di marijuana è forte e mi inebria le narici. L’appartamento trabocca di persone, non so chi ci abiti o chi sia solo di passaggio. Ragazze vestite con abiti colorati, ragazzi con capelli rasta, una donna con un bambino. Un traffico di persone, alcune mollemente sedute a fumare, la mamma che nutre il neonato al seno, il ragazzo rasta che prepara qualcosa da bere. Qualcuno entra scaricando un sacco della spesa per terra, ne scivola fuori una cipolla che rotola sulle mattonelle dell’ingresso.
Dopo un’introduzione sbrigativa sembrano essersi scordati della mia presenza, mentre li osservo in quello spazio condiviso, in quella piccola comunità all’ombra del Barrio Gotico, in quella piazzetta piccola e tonda con un vecchio albero al centro. Scivolo piano, inforco la porta, mi perdo nuovamente nella folla, nelle vie strette tra gli antichi palazzi, nell’odore di fogna e di salsedine, veleno ed elisir di questa città.

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