Canto di Natale
Che fortunate, le statuine del presepe! Guardo i loro volti di legno, rugosi, consumati dal tempo e dalla polvere che gli viene scrollata via prima di collocarli nella loro postazione, in mezzo al muschio e ai sassolini. Quei volti che non perdono lo sguardo di fiduciosa speranza, la gioia dell’attesa di qualcosa che puntualmente, come ogni anno, si verificherà. Quei volti certi e sicuri del loro ruolo nel palcoscenico della vita. Un ruolo fisso, prestabilito. Mai un’esitazione: nasci pastorello, muori pastorello. Nasci lavandaia, muori lavandaia. Bando agli inutili sogni di gloria, ai dubbi esistenziali, ai colpi di testa e agli scivoloni durante il cammino. Sanno dove sono, dove saranno e qual è il loro scopo.
Persino il dormiglione, il personaggio additato come perdigiorno del paese, puntualmente ogni anno si stiracchia, si stropiccia gli occhi, scaccia via il sonno ed eccolo, pronto a contemplare l’avvento del bambin Gesù.
Per loro il Natale sì che ha un senso. Non è un carosello interminabile di dubbi su che regalo fare, a chi farlo e a chi no, chi si potrebbe offendere non ricevendolo, chi ce lo farà a tradimento gettandoci nel panico. Di manicaretti succulenti ai quali non vuoi e non puoi rinunciare, che ti faranno alzare da tavola gonfio di cibo e sensi di colpa. Di aspettative parentali deluse, domande scomode e risposte a denti stretti.
Non cercano l’oblio nel pisolino postprandiale, il conforto nel bicchiere di spumante.
Non guardano ai loro vecchi amici, che vedono una volta all’anno, pensando a quello che erano, a quello che sono diventati, a quello che diventeranno. Al genio della classe, che sprizzava intelligenza da tutti i pori e oggi ha un lavoro normale, banale, e di certo non è diventato Steve Jobs. Al tombeur des femmes, che ora è sposato con due bambini. Al metallaro, che ora lavora allo sportello delle poste. Non si domandano quanti desideri sono rimasti irrealizzati, quanti sogni inespressi, quante strade mai battute.
Sono semplici, semplicemente felici per la nascita di un bambino, un simbolo di speranza. Sicuri del loro ruolo e del loro posto nel mondo. Nessun parente oserà domandargli «Come ti vanno le cose?», per sondare se guadagni più di loro figlio, che si è faticosamente trovato un lavoro dopo anni da fuoricorso in Bocconi. Nessuno ardirà chiedergli come va la loro vita sentimentale, sperando segretamente che la loro figlia non sia l’unica del parentado a essere divorziata. Nessuno storcerà il naso perché il fornaio vuole dare le dimissioni: non le darà le dimissioni, il fornaio, è solo una statuina di legno.
È questo il bello, forse. La complessità della vita non può essere riassunta da un pugno di statuine, da un racconto, da un testo sacro. Inutile provarci.
È bello però, per un giorno, sognare, respirare, celebrare questa semplicità.

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