Chi non risica non rosica
Look, if you had one shot or one opportunity
To seize everything you ever wanted in one moment
Would you capture it, or just let it slip?
Eminem, Lose yourself
Cosa sarebbe una storia senza i suoi personaggi? E se il personaggio non rischia nulla, badate bene, non c’è storia. Il rischio che i personaggi si prendono è come un pizzico di pepe sulla narrazione, altrimenti non ne resta che una sbobba insipida. Chi potrebbe interessarsi alle vicende di un codardo, di un individuo avverso al rischio? Un romanzo non è una lezione di economia. Eppure c’è chi ci ha costruito una carriera, sugli inetti. Prendi Svevo. Ma quanto ci faceva incazzare Zeno, con la sua ultima sigaretta che non era mai l’ultima, con tutte le sue paranoie e la sua incapacità di vivere? E attenzione, odiavamo anche Andrea Sperelli e il suo superomismo dannunziano. Ma almeno c’era pepe nelle sue vicende, eccome se ce n’era.
Bene, facciamo una prova. Vediamo cosa significa leggere una storia con un personaggio prudente, che decide di non rischiare, e con uno che si getta nella mischia. E vediamo che succede.
Sta scendendo la sera nelle calli. L’acqua dei canali è nera e viscosa come l’inchiostro. Una leggera nebbiolina, con il suo sospiro umido e pesante, striscia per le vie della città, stringendola in una coltre silenziosa. I miei passi risuonano sul selciato, la strada è sgombra, quando vedo un unico passante stagliarsi in controluce davanti al lampione che illumina debolmente la penombra. L’estraneo è alto, con un lungo cappotto nero, il bavero alzato, un cappello calato sulla fronte e una valigia lunga, rettangolare, di pelle nera. I guanti, sempre di pelle nera, ne stringono il manico. Procede veloce, rimanendo il più possibile nell’ombra delle case. Intravvedo per un istante il suo sguardo, luccicante come quello di un gatto nel buio.
Cosa cela in quella valigia? Qualcosa, nell’aspetto di quell’estraneo, nel suo abbigliamento scuro, elegante e misterioso, mi evoca un senso di pericolo. Un fucile, che ha accuratamente lucidato prima di riporlo al sicuro della valigia. È un sicario, e sta andando a guadagnarsi il suo onorario uccidendo un ricco personaggio avverso alla malavita. O al contrario una figura di spicco della malavita, appartenente a un clan rivale di quello dal quale è stato assoldato. Mentre rimugino, noto che mi precede ormai di qualche metro, e che sembra andare nella mia stessa direzione.
Potrei seguirlo, a debita distanza. In fondo stiamo andando dalla stessa parte. Potrei vedere fin dove arriva, in quale casa entra. Se è davvero un sicario o se la mia immaginazione sta semplicemente galoppando. Ma se lo fosse davvero? Se si accorgesse che lo sto seguendo? Se, in una di queste calli buie, completamente deserte in questa sera invernale, estraesse l’arma opportunamente silenziata e decidesse di farmi fuori? Oppure se seguendolo mi introducessi in qualche losco covo di delinquenti e trovassi un triste epilogo a questa avventura?
Il buonsenso prevale, e decido di lasciare che mi semini. A un certo punto, svolta in una calle angusta. Gli lancio uno sguardo, pieno di dubbi e rimpianto. Chissà chi era. Chissà qual era la sua storia, il suo segreto. Chissà cosa avrei potuto raccontare. Non lo saprò mai, ma so che salirò incolume sul treno, arriverò a casa e cenerò come tutte le sere davanti alla TV.
Oppure.
I piedi sembrano prendere la decisione per me, e quando lo sconosciuto s’infila in uno stretto vicolo, lo seguo. Lascio parecchi metri tra me e lui, cerco di rimanere anch’io nell’ombra e di sincronizzare il ritmo dei miei passi a quello dei suoi. Solo una volta ho l’impressione che si giri, che si guardi le spalle, ma non sembra accorgersi della mia presenza. Lo seguo per numerose calli, supero alcuni ponti. A tratti temo di perderlo di vista, ma lo ritrovo sempre là, in controluce, con il suo cappello nero e la sua figura scura e affilata. Camminiamo ormai da una ventina di minuti, immagino che la meta sia sempre più vicina. Il cuore mi martella nel petto, starò facendo una cazzata? Sto per pentirmene? Eccolo, lo sconosciuto ha rallentato. Si è fermato. Suona a un campanello, una casa antica, decadente, con un piccolo giardino avvolto nell’oscurità. Gli aprono, si chiude il cancello alle spalle. Lascio passare qualche istante, mi avvicino. Sul campanello, un cognome tedesco, Heisemann, con le lettere scolorite che sembrano piangere inchiostro. Il cancello è poco sicuro, facilmente scavalcabile. Nessuna targa come monito di eventuali cani a sorvegliare la proprietà. La curiosità mi divora.
«Dai, è stato bello finché è durato. È un estraneo, vestito in maniera insolita, con una valigia di pelle lunga e scura, che è stato ricevuto in una casa da un proprietario con il cognome tedesco. Fine della storia. Ora vai a prendere il treno e non pensarci più. Sii felice di non essere stato coinvolto in una sparatoria». Alzo le spalle, lancio uno sguardo oltre il cancello, al giardino buio, a una fioca luce che sgorga da una finestra a un piano basso. Volto le spalle, lanciando qualche sguardo circospetto dietro di me, e mi avvio sempre più rapido verso la stazione.
Oppure.
Mi guardo rapidamente intorno. La calle è completamente deserta e buia. Una luce rischiara fiocamente l’incrocio con la strada principale, ma sono al riparo dell’oscurità. Afferro le sbarre del cancello e in una rapida mossa lo scavalco, atterrando con un tonfo attutito dall’erba umida e dal muschio all’interno del giardino. «Adesso sto facendo davvero una cazzata». Violazione di domicilio, in primis. Come potrei spiegarlo all’autorità? E se ci fosse un cane, un sistema di allarme? Ignoro questi pensieri, a questo punto tardivi, e mi addentro con cautela nel giardino. La proprietà pare trascurata, l’erba è piuttosto incolta e le panche in pietra sono ricoperte di muschio e consumate dall’umidità. Vedo una luce ambrata filtrare da una finestra al piano seminterrato. Illumina una stanza con pareti scure e con arredi in legno. Eccolo, l’estraneo è dentro, accompagnato da un uomo basso, corpulento, pelato. L’estraneo appoggia la valigia su un ampio tavolo e la apre. Sta per succedere. Mi acquatto il più possibile dietro la panca in pietra. Per un attimo, ho timore a guardare. Chiudo gli occhi in attesa dello sparo. Invece, dopo qualche istante, sento una musica celestiale, delle note calde provenire dal seminterrato. Guardo l’estraneo, che muove le dita sapienti e veloci sul suo strumento. Un clarinetto. Rido sommessamente di me, delle mie fantasticherie, mentre al riparo della panchina mi godo qualche istante di musica e di bellezza, rapito dall’estraneo e dal suo mecenate che, seduto al pianoforte, lo accompagna.
Traetene pure la morale che volete. Magari, dopo aver gustato qualche nota di nascosto, qualcuno scorgerà il nostro impavido protagonista dalla finestra e lui si troverà a dover spiegare qualcosa alla polizia. Magari trascorrerà una notte in guardiola. Magari la passerà liscia. Ma senza la sua audacia, non avremmo questa storia. Senza qualche gesto coraggioso, avventato, non avremmo niente da raccontare. Senza un po’ di rischio, la nostra vita sarebbe insipida. Non trovate?

Sì, interessante il messaggio di fondo, ma sopratutto mi è piaciuto andare per strada col protagonista, godermi odori, prospettive, atmosfere.
RispondiEliminaCara anonima, sei una fantastica "pittrice"