Scrivi di quello che sai

“Scrivi di quello che sai”.

Le parole del professore di scrittura creativa mi risuonano nella mente, proprio a me che cerco da tempo, con ostinazione e rassegnazione al tempo stesso, la trama per il mio romanzo giallo. Che ne so io di gialli. Di mistero, di intrigo. Di crimini efferati, vendette meditate in anni di odio e silenzio, di omicidi seriali e morbosi, di cadaveri occultati, di perizie psichiatriche e di autopsie. Quello che so mi arriva dalla cruda Svezia di Wallander, dal presuntuoso quanto infallibile Poirot, da Montalbano, cupo nonostante il sole della Sicilia gli scotti la pelata, e persino dal sabaudo Bramard. Ma può essere sufficiente? Avessi almeno mezzo esame di criminologia alle spalle potrei appoggiarmi a delle competenze, seppur traballanti, nell’allestire il palco del mio romanzo. Invece no, ho studiato economia, e sulla carta sarei più idonea a redigere un bilancio consolidato.

Noto una costante, nella ricerca della trama di questo agognato giallo. Si concentra ogni volta sulle sponde di un fiume, l’Adige prima, il Sile poi. I fiumi mi sono sempre sembrati un teatro fascinoso di delitti, soprattutto d’inverno, quando la nebbia ne striscia fuori e stringe il paesaggio in una morsa umida e narcotica. E nelle mie peregrinazioni venete, nelle due città che sono state e sono la mia casa, un fiume c’era sempre.

Forse è questo quello che conosco, e di cui dovrei parlare. Di trasferimenti. Sradicarsi e trapiantarsi altrove. E attenzione, non in una di quelle mete estere fighe quanto inflazionate. Sì, perché a Londra, Berlino, Sydney son buoni tutti a trasferirsi. Ci stai qualche annetto, mentre sei là ti lagni un po’ perché fatichi trovare pummarola e spaghetti decenti al supermercato mentre rimorchi autoctone cucinando una pastasciutta che in Italia risulterebbe mediocre, e poi torni come un eroe tra le braccia di mammà, ammorbando in eterno i tuoi amici con i ricordi delle tue esperienze e ribadendo come un mantra la tua volontà di ritornarci, un giorno. Probabilmente non succederà mai, ma è parte del pacchetto assumere quell’aria trasognata da cittadino del mondo mentre lo ripeti.

Molto diverso è prendere e andare a vivere in Veneto. Arrivi da Milano, con le tue belle vocali aperte là dove i locali se le aspetterebbero chiuse, e vieni subito sgamato. Stai un po’ sulle palle a tutti a prescindere perché milanese uguale imbruttito, workaholic, bauscia, radical chic e chi più ne ha più ne metta. Tanto vale farglielo un po’ credere, che difendersi non è mai l’atteggiamento giusto ed è sempre meglio provare con i fatti e col tempo che sono solo stereotipi. 

E poi, attenzione: oltre allo scetticismo iniziale nei confronti dell’esistenza di milanesi simpatici, ti aspettano ben altre insidie. In primis, gli spritz a neanche tre euro. 

Come Ulisse sulla tolda della nave, ammaliato dal canto delle sirene, anche tu sei preda del fascino di questi aperitivi interminabili, che iniziano nel tardo pomeriggio e si protraggono fino a notte fonda. E non c’è nessuno che ti leghi all’albero della nave, nossignori, anche perché i tuoi amici milanesi sono a chilometri di distanza (e se fossero qui, puoi starne certo, cadrebbero anche loro). Peraltro devi dimostrare che anche all’ombra della Madonnina la gente sa il fatto suo, quindi mica puoi tirarti indietro. Nell’impervio cammino dell’apprendistato alcolico, cadrai qualche volta, come Gesù sulla Via Crucis, ma a un certo punto sarai uno di loro. Forse.

Ti prenderà lo sconforto, ogni tanto. La città tentacolare, sempre accesa, sempre viva, centinaia di locali diversi tra cui scegliere, milioni di persone ancora da conoscere, infinite possibilità davanti. 

A me mancano cose banali. I miei trentacinque metri quadri, nei quali nacque questo blog. L’odore di detersivo della lavanderia a gettoni sotto casa, che arrivava fino all’ottavo piano, del quale ho già scritto e che sento anche in questo momento nelle narici, mentre ne scrivo di nuovo. Uscire sul mio terrazzino, vedere la città snodarsi sotto di me, le luci delle case e i tetti, le torri di CityLife in lontananza, in fondo piazza Gae Aulenti, da un lato, lontanissima e luminosa, sempre lei, la Madunina. I giardinetti di piazzale Tripoli, il bar di fiducia, quei luoghi che avevo imparato a chiamare casa. Al punto che solo oggi, dopo due mesi, ho tolto quel posto come “casa” da Google Maps. 

Probabilmente per toglierlo anche dalla mia mente, dal mio cuore, ci vorrà ancora un po’. Ma so anche che questo Veneto è riuscito a rubarmi ancora una volta dalla mia terra natia, con le sue bellezze, il suo accento sonoro, i suoi spritz. E chissà, magari riuscirò a chiamarlo casa. E a scrivere anche questo benedetto giallo.

Commenti

  1. Da "trasferita" a trasferita, ma a brescia, senza spritz con pochi "pirlo" e tanti "pota, pota! "
    Anche se non abitavo in alto, mi hai fatto risentire i colori ed i sapori pieni di promesse della grande città.
    Bello. Grazie

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