Scegli un punto di vista
Il punto di vista è tutto, quando decidi di scrivere – dice Massimiliano, mentre si sistema sulla cattedra accavallando le gambe come tutti i prof moderni, quelli che stanno simpatici agli alunni e non vogliono incutere timore. Devi prendere una posizione e devi essere coerente. E fa la differenza, da dove guardi la vicenda, la fa eccome. Dall’alto, da narratore onnisciente, che tutto sa e tutto vede. Come Dio, o il Grande Fratello in una rivisitazione orwelliana. Oppure da dentro la vicenda. Ma attenzione: se stai scrivendo un romanzo e parli in prima persona, mica puoi leggere i pensieri degli altri. Mica sei Dio. Devi ricordarti di chi incarni e dimenticarti chi sei. Coerenza, ragazzi, coerenza.
Io scrivo sempre in prima persona. Sarà che tendo a parlare di me, oppure a metterci qualcosa di mio anche quando parlo d’altro. Egocentrismo da aspiranti scrittori. Ma voglio fare questo esercizio, scrivere da diverse prospettive. Per capire se funziona, e vedere di nascosto l’effetto che fa.
La prima persona (la mia preferita)
Entro nell’aula, saluto tutti a gran voce. Che figura di merda. Sapevo che non avrei dovuto, che me ne sarei pentita. Ma no, ce la posso fare, sono un cuor di leone, io. E così, la lezione precedente, ero finita a leggere un testo troppo intimo. Una vicenda fresca, non ancora rimarginata, che stillava rimpianto. Ero rimasta boccheggiante, investita dall’onda del ricordo, desiderosa solo di fuggire via, da quel ricordo, da quell’aula, da quegli occhi che mi guardavano mentre mi ero spogliata del mio carapace e il pudore mi aveva tramortito all’improvviso. Mi siedo al mio solito posto, sorrido e bofonchio qualcosa a un mio compagno. La lezione oggi parla di punti di vista, di narratori onniscienti, della prima persona che cancella le distanze, di errori grossolani di scrittura, dove ci si dimentica all’improvviso di chi racconta la storia e dove ci si improvvisa indovini, capaci di leggere le menti altrui. Miriam, alla mia sinistra, è molto più attenta e concentrata di me: ha un volto da giovane uccello, la freschezza di una rondine pronta a spiccare il volo e a planare libera, con le ali sostenute dalla sua creatività. Massimiliano parla, Cristiano interviene, la lezione prende una piega inaspettata: a tratti club del libro, a tratti gabinetto di opinionisti. Ascolto poco, e scrivo.
Il narratore onnisciente (il presuntuosetto)
È quasi ora della lezione. Cristiano è già in aula, puntuale, e scambia pensieri e parole con Massimiliano. Alla classe ha ripetuto più volte di non scrivere mai, o meglio di non aver mai scritto nulla di leggero, romanzato. Si era iscritto al corso di alimentazione, Cristiano. In molti non gli hanno creduto, in molti pensano che ci sia altro dietro a quella facciata un po’ naïf. Io non solo lo penso, lo so. Sono un narratore onnisciente mica per niente. So tutto di tutti. E sono una voce narrante palese, perché – come vedete – mi paleso. Ma non divaghiamo. Eccone un’altra che entra. Ha un sorriso un po’ spento, se non sapessi tutto di lei direi che è sconfitta. Ma non lo è, è come un pugile che ha preso una suonata sul ring. Ha l’aria tramortita, si domanda come sia successo e sa che prima di un nuovo incontro deve allenarsi di più, se vuole uscirne vittoriosa. Ma sta già pensando di risalirci, prima o poi, eccome se ci sale. Ed è entrata in aula proprio per dimostrare a tutti, ma soprattutto a se stessa, che non ha appeso i guantoni al chiodo. Miriam è al suo fianco, ha un piumino rosso acceso che le dà un’aria dolce e simpatica da papavero, col pistillo nero del suo capo bruno al centro. È sorridente, orgogliosa di aver ripreso in mano l’auto dopo un periodo di stallo, fiera del suo gesto di emancipazione. È stata decisamente più cauta, lei. Ha confezionato un testo preciso, pulito, un compito perfetto nonostante l'argomento ostico, lontano dalla lirica passionalità della sua prima lettura in classe. Ha saltato l'ostacolo e schivato ogni possibile impatto col suolo. Entrambe si siedono ai loro soliti posti, a riprova del fatto che gli esseri umani sono abitudinari, che ritornano eternamente allo status quo. Come se avessi bisogno di altre prove. Come se non conoscessi abbastanza gli esseri umani. L’ho già detto che sono onnisciente?
La terza persona (dagli occhi di qualcuno)
Massimiliano siede sulla cattedra. Parla con Cristiano, che lo sommerge di parole. È loquace, Cristiano, ma sa ascoltare – pensa. Ha la capacità propria dei bambini di assorbire tutto, come una spugna. Mentre parla con lui, sente un saluto energico. Quanto è stata imprudente. Eppure l’aveva detto, in una delle prime lezioni: un testo cambia se indirizzato a qualcuno o a un pubblico di lettori. Nel secondo caso viene rivisto, rimaneggiato, vi si aggiunge distanza. Massimiliano ha la netta sensazione che quelle parole non fossero per loro, per la classe, ma per quel qualcuno. Anzi, forse per lei. Per una forma di catarsi.
Dopo, per sdrammatizzare, gli ha dato dell’infame per aver scelto proprio quel tema per i compiti a casa. Imprudente e anche impudente. Questa volta col cavolo che li faccio leggere, si promette. Parte invece dai suoi appunti e cerca di insegnare loro qualcosa, in primis a non improvvisarsi troppo scrittori, che non è un gioco ma un mestiere. E mentre rievoca il testo di Faulkner, “Mentre morivo”, Massimiliano dimentica finalmente i loro caratteri bizzarri, i loro drammi e la loro voglia di diventare scrittori, e sente ancora come alla prima lettura quel senso grottesco di straniamento, e il rumore della sega in cortile che taglia il legno per la bara.

Piacevolmente "scombiccherato"... Da mille punti di vista!!!
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