Ep. 16 - "Non esagerare"

È ormai da tempo che sto evitando Facebook. Paradiso di boomer, della conta quotidiana di contagi e morti, di negazionisti che gridano al complotto sovranazionale e di fobici che ripetono da un anno "restate a casa!" a mo' di ritornello, be', ho capito che non fa più per me.
Ormai ci posto solo i contenuti di questo blog, che su Instagram per lo swipe up ci vogliono diecimila follower, e a me ne mancano ancora due. Di zeri.

L'altro giorno però, schiava della mia vecchia abitudine di cliccare sull'app, tic che noi Millennials fatichiamo a scacciare, mi si para davanti un post di un quotidiano nazionale e vedo una notizia che mi inquieta.

Aumento di suicidi e autolesionismo tra bambini e ragazzi a causa del Covid-19. Ammetto che la cosa mi ha turbato, ma purtroppo non sorpreso. È facile immaginare come il prolungato isolamento, la mancanza di socialità in un'età dove stare con i coetanei è ossigeno e la forzata convivenza coi genitori siano duri da tollerare. Se poi aggiungiamo problemi economici e situazioni di disagio familiare, il mix può diventare esplosivo.
C'è una cosa però che turba particolarmente il mio sguardo. I commenti.

Mea culpa, mai avrei dovuto cliccarci sopra. Mi servono davvero prove ulteriori di che cloaca sia il pianeta Terra? Direi di no, ma spero ogni giorno di ricredermi, da inguaribile romantica quale sono. E invece, il tenore di molti commenti era questo. "Non esageriamo!" "Ci stanno chiedendo di stare a casa sul divano, non di andare in guerra" "Ho spiegato ai miei figli che con la DAD sono al sicuro, sopporteranno" e altre amenità.

La salute mentale. In questo paese medievale parlare di salute mentale è un tabù. Un paese dove quasi tutti hanno un personal trainer, troppo pochi un analista. Dove rifarsi culo e tette è fondamentale, chiarire i propri pensieri qualcosa di cui vergognarsi.
E quindi, la risposta che diamo al depresso è "non esagerare". Perché di Covid-19 si può morire, ma di depressione no. Perché ci sono dolori più nobili di altri. Perché morire attaccato a un respiratore è più degno che inghiottendo qualche pillola. Perché nel secondo caso "te la sei cercata".

L'uomo è un animale sociale, dovrebbe essere semplice capire che ripercussioni si possono avere sulla psiche negandole una delle sue supreme forme di nutrimento.
Quindi, quando andiamo a sminuire il dolore altrui, fermiamoci un minuto. Pensiamo a un ragazzino chiuso in casa, da mesi, senza vedere i suoi amichetti. Che sta tutto il giorno attaccato a uno schermo che è diventato la sua scuola. Le giornate tutte uguali, senza le risate in cortile, senza la merenda scambiata col compagno, senza le chiacchiere sussurrate al vicino di banco. Che vede solamente mamma e papà, che già gli stavano stretti più che mai, ma che adesso non sopporta. Che percepisce la frustrazione di suo padre in cassa integrazione. La preoccupazione di sua madre che lavora saltuariamente e cerca di sostenere la famiglia. Che vede sua nonna, fragile e anziana, una volta ogni tanto, attraverso una mascherina. Che realizza che è successo qualcosa di grosso, là fuori, che ci ha chiusi tutti in casa, ma non ne comprende davvero la portata. Che si sente in gabbia senza sapere chi e perché ha girato la chiave.
Adesso vi domando: come vi sentite?

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