Ep. 11 - (Not so)smartworking
È un lunedì di fine settembre, l’autunno ci ha accolti con i primi freddi pungenti e le ferie sono ormai un ricordo lontano.
Molti di voi saranno ormai rientrati da un pezzo sul posto di lavoro, ma una gran parte del popolo dei colletti bianchi starà godendo invece di quella straordinaria opportunità, di quell’imperdibile occasione di flessibilità che giorno dopo giorno ha sempre più il sapore di un’estenuante forma di tortura. Lo smartworking.
Non posso negare che il nome suonasse allettante: il prefisso smart evoca intelligenza, acume, velocità di pensiero. Nulla di più antitetico alla realtà dei fatti, dove la prontezza cerebrale, chiusi nel proprio buco di appartamento in solitudine, tende all’encefalogramma piatto.
Qualcuno borbotterà: ma come, puoi lavorare da dove ti pare (dice quello con la casa al mare, sdraiato sotto il suo ombrellone stagionale). Ma dai, riesci a goderti appieno la famiglia (dice la mamma, che ha assoldato una tata 24/7 per sbolognarle la prole). Ma su, almeno eviti i convenevoli e i dialoghi inutili alla mattina (dice il sociopatico, l’unico col quale forse potrei concordare prima di aver ingerito una dose generosa di caffeina).
Tutto vero, ma quando lo smartworking non diventa più un’espressione di libero arbitrio ma una condizione permanente per cause di forza maggiore, inizi a notare una serie di aspetti dapprima un po’ fastidiosi, poi urticanti e infine intollerabili. Di seguito una breve carrellata.
Quelli che non mettono in muto
Stai presentando l’andamento del business al top management e c’è un rumore di fondo che disturba la tua concentrazione.
È il collega rincoglionito che, nonostante non sia lo speaker della call in questione, si dimentica completamente di mettersi in muto. Cerchi di urlare per coprire i rumori molesti, nell’ordine: le strida del suo bambino indemoniato; il trapano con cui l’impresa di costruzione sta ristrutturando l’appartamento di fianco; il camioncino dei rifiuti che raccoglie la monnezza; le campane che suonano il carosello.
Invece che sibilargli un acido «puoi mettere in muto, pezzo di idiota?» fai lo gnorri e butti là un diplomatico «sento del rumore di fondo…», sperando che il coglione si svegli dal suo coma. Non lo fa, e la call si chiude trionfalmente col rumore del suo sciacquone.
L’agenda intasata
In ufficio, guardando la tua agenda, i colleghi cercavano di fissarti i meeting lasciandoti un lasso di tempo che ti avrebbe quantomeno consentito lo spostamento da una sala riunioni all’altra. Una sorta di quarto d’ora accademico che il Galateo dovrebbe a mio avviso prevedere.
In smartworking, queste delicatezze vengono dimenticate e la gente si prende la libertà di fissarti ogni buco libero in agenda, senza curarsi del fatto che la persona potrebbe aver bisogno di espletare ogni tanto funzioni vitali (bere un bicchier d’acqua, fare una pausa al bagno). Dopo cinque ore di call ininterrotta, con la gola riarsa o la vescica sul punto di esplodere, in un raptus metti l’out of office per una settimana. Tiè.
Le call inutili
Ahimè, le riunioni inutili erano una costante anche ai tempi del lavoro in presenza. Forse ancora più fastidiose, perché dovevi ricordarti di tenere le palpebre spalancate e di annuire di tanto in tanto, per dare l’illusoria impressione di non aver perso il filo.
Le call inutili in smartworking sono l’anarchia pura. Il lato positivo è che nel frattempo riesci a buttare dentro un episodio della tua serie Netflix preferita mentre sei in muto (a meno che tu non faccia parte della categoria sopracitata).
Il rischio però è che qualcuno ti faccia una domanda inaspettata, con annessa figura di merda in agguato. In questo caso caso, c’è solo una via d’uscita: fingere un problema di connessione, buttare giù la call e simulare un riavvio del sistema. Se non troppo frequente può risultare anche credibile.
Le pause coi colleghi
Alt. Questo aspetto manca nello smartworking. Eccome se manca, ragazzi. Il caffettino alla macchinetta, il pettegolezzo sulla collega snob, le lamentele su quel lavoro richiesto all’ultimo minuto che impiegherai tutta la notte a terminare, la pausa sigaretta in cortile, l’apprezzamento sulla stagista gnocca del reparto accanto.
Tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di tornare in ufficio.

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