Ep. 6 - Le gioie della quarantena
Abbiamo iniziato il periodo di quarantena cercando di farci coraggio: arcobaleni, #andràtuttobene, mano sul cuore e inno italiano al balcone, Bella Ciao al balcone, Maracaibo al balcone (a seconda di inclinazioni musicali e politiche), applauso al balcone e varie ed eventuali.
I lunghi mesi che si prospettavano di fronte a noi sembravano una di quelle gallerie infinite dove non si vede mai la luce, con l’ansia che diventa sempre più pungente (almeno per me, che sono claustrofobica).
Ma volevamo incitarci a procedere nel buio, a tenerci virtualmente per mano per non inciampare.
Durante il viaggio, abbiamo avuto momenti di sconforto, esorcizzati con passatempi più o meno discutibili (sì, sto parlando di Tik Tok) e ricette sempre più elaborate e succulente.
Abbiamo bramato, invocato, e infine acciuffato quel tanto di libertà che ci è stata concessa con l’inizio della Fase 2: una corsa nei campi, una biciclettata nella città semi-deserta la mattina presto, una visita ai congiunti (quelli veri) per i coscienziosi; un party in casa e un aperitivo di gruppo sui Navigli per i naïf (se volete approfondire il loro identikit, vi rimando all’episodio 4).
Alla vigilia della fine del lockdown, vorrei però soffermarmi su un aspetto che forse non avevamo considerato.
Questa quarantena tanto bistrattata, vituperata e odiata ci ha seminato qua e là delle opportunità, un filo da seguire per uscire dal Labirinto della logorante vita moderna.
Il tempo
La vita del colletto bianco milanese pre-Covid, per paragonarla a una sinfonia, aveva un andamento Allegro agitato. Sveglia presto, viaggio in piedi pigiato sul mezzo pubblico (o sullo scooter zigzagando nel traffico, o in macchina bestemmiando in Circonvalla), cappuccino ingurgitato al bar e poi otto, nove, o spesso dieci ore in ufficio, tra meeting, call, briefing e brainstorming – tradotto dall’inglese, rotture di coglioni.
Dopo l’ufficio un aperitivo al bar coi colleghi con due giri di Spritz oppure la sessione in palestra o il pilates. Cena take-away ormai tardissimo e crollo tra le braccia di Morfeo (in alcuni casi col gentile supporto di un Roipnol). Nel week-end un po’ di clubbing (se non è inglese non ci piace), una sbronza in compagnia e lunedì si ricomincia.
La vita in quarantena ha invece il rilassante tempo lento dell’Adagio: risveglio meno traumatico, nessun viaggio per raggiungere il posto di lavoro, la moka che borbotta sul gas e il caffè da sorseggiare comodamente mentre si accende il PC. Ritmi di lavoro molto più smorzati – per i fortunati che hanno continuato a lavorare – e, al termine della giornata e della settimana lavorativa, niente che ci distolga dai nostri interessi.
Il tempo per noi stessi, per sintonizzarci di nuovo sui nostri pensieri, emozioni e aspirazioni, è merce preziosa, che spesso il turbine della routine quotidiana ci strappa via.
Non vi sembrava che le giornate scorressero come una ruota implacabile che, se aveste perso il ritmo, avrebbe finito per calpestarvi? Non avete tirato il fiato in questa quarantena?
Pensateci e fatemi sapere.
La creatività
Dovete passare due mesi chiusi in casa, luogo che a Milano (se non siete i Ferragnez) si riduce di solito in pochi metri quadrati. Al netto del lavoro, come dicevamo, vi resta parecchio tempo da riempire. Per non impazzire di noia e per fuggire dall’abbruttimento psicofisico, dovrete dar fondo alle vostre risorse.
Ne consegue uno sfogo di quella creatività soffocata dalla vita quotidiana. Ed ecco che molti di noi iniziano o riprendono a dedicarsi all’arte, alla musica, alla scrittura. Magari qualcuno di noi coglierà l’occasione, dopo la quarantena, di rivoluzionare la propria vita. Qualcuno aprirà una nuova attività imprenditoriale. Qualcuno mollerà il suo lavoro impiegatizio e si unirà a una compagnia teatrale.
E se ben pochi diventeranno famosi o produrranno grandi opere, avremo almeno nutrito la nostra anima in un periodo d’inedia.
La solidarietà
Premessa: sono abbastanza cinica da non pensare alla quarantena come al percorso spirituale che ha reso gli italiani persone migliori.
Penso però che la società a.C. (avanti Covid) fosse fortemente competitiva, anche grazie al più grande strumento di personal branding – i social network. Siamo abituati a confrontarci con gli altri, con quello che hanno ottenuto e a noi manca, e che ci porta a darci obiettivi sempre più sfidanti e a vivere in una costante insoddisfazione.
La quarantena ci ha fatto sentire per un secondo tutti sulla stessa barca (spoiler: sulla carena c’è scritto Titanic). Non ha annullato le differenze, ovviamente, ma ci ha fatto sentire tutti quanti inermi di fronte a un nemico comune. Ci ha fatto pensare che, per quanto possiamo mostrarci fighi e invincibili, basta un maledettissimo virus mutante a buttare i nostri piani e la nostra vita all’aria.
E l’erba del vicino non ci è sembrata così tanto verde (anche perché di erba a Milano ce n’è ben poca. Quella dei prati, intendo).
Non so se sono riuscita a farvi rivalutare la quarantena, ma ho il presentimento che, fra qualche annetto, qualcuno di noi pronuncerà la fatidica frase «Si stava meglio quando si stava in quarantena».

Intelligente proposta di osservare il mondo e gli eventi da un'ALTRA angolazione senza bisogno di negare le FATICHE
RispondiEliminaIL MONDO A TUTTO TONDO.