Ep. 1- Diario di una quarantena milanese

Milano, Pasqua 2020

È più di un mese che sono in quarantena nel mio piccolo monolocale milanese. 
Passeggiando sola sotto casa mia – abbastanza vicino da non urtare la pubblica autorità, ma abbastanza lontano da far arricciare il naso di qualche astioso compatriota alla finestra – mi balena l’idea di scrivere un diario. Fulgida, così quanto tardiva. Sono laureata in economia ma è inutile, non ho fiuto per gli affari; se avessi colto l’occasione a partire dal primo giorno, avrei potuto sbancare con un blog, appassionare le masse e trasferire nelle mie parole i sentimenti inespressi di un popolo sofferente. Traghettare le anime di tanti italiani costretti nelle loro abitazioni, nelle loro realtà familiari, nella loro miseria umana, verso un abisso di comprensione ed empatia.

Invece niente, l’idea mi viene solo dopo un mese. Mi rincuoro, pensando che se un editore vorrà mai pubblicarmi potremo sempre fingere che questo sia il giorno uno e che sia solo l’inizio del lungo percorso che io e i miei lettori dovremo affrontare. Magari dovrò cancellare questo paragrafo. Magari non avrò nemmeno un lettore. Ma come sempre, sto divagando e mi sto perdendo in un gorgo di pensieri inutili.

Milano dall’alto del mio balcone è insolitamente quieta. Siamo a metà aprile, ma un’estate precoce è già sbocciata e i giardinetti sotto casa mia profumano, profumano di foglie nuove, di fiori, di tepore. Le campane in lontananza e qualche cane che abbaia, godendosi una libertà a noi negata, mi danno l’impressione di non essere nella mia città, la città dove la mia vita ha vorticato senza sosta negli ultimi due anni.

«I want to wake up in a city that doesn’t sleep», così pensavo prima di trasferirmici, manco stessi partendo per New York, manco fossi cresciuta chissà dove e non a 25km da qui. E nonostante la buona dose di provincialismo, la presenza incombente di bauscia e l’overdose di radical-chicbauscia ripuliti N.d.R. – lo era, una città che non dorme mai. Una città dove una persona come me, cresciuta in un buco di paese che opprimeva i suoi desideri e ideali, poteva finalmente essere chi voleva.

Adesso è una città sospesa, è come se trattenesse il fiato. Come quando sei a un pranzo formale con molte persone e qualcuno dice una stronzata, una stronzata galattica, e tu trattieni il fiato e le parole per paura di essere ostracizzato. Come quando, nel buio della sala di un cinema, un film si chiude con una scena struggente e grandiosa, e tu trattieni il fiato per imprigionare nei tuoi polmoni e nella tua mente qualche granello di bellezza. O – più triviale, ma attuale - come quando sotto la mascherina, incrociando un passante che dà un colpo di tosse, trattieni il fiato, nella speranza che il temuto Nemico non si annidi nei tuoi polmoni.

Nelle nostre case, in queste giornate senza fine, ci affanniamo a dimostrare a noi stessi – e agli altri, attraverso un massiccio uso dei social network – che ce la stiamo cavando bene. Che facciamo fitness, yoga, meditazione. Che stiamo diventando degli chef provetti. Che leggiamo, guardiamo film, serie TV. E tutto questo è giusto, l’uomo e la capacità di adattamento, la sua caratteristica vincente per non venire calpestato dalla ruota implacabile della selezione naturale.

Ma la verità è che anche noi, come Milano, stiamo trattenendo il fiato, aspettando che qualcuno annunci a gran voce che il pericolo è cessato, il nemico è sconfitto, siamo liberi. 
E la cosa più terribile è che in un angolo della nostra mente, l'angolo più buio, il dubbio che questo non accada – o non accada come lo desideriamo – è lì a tormentarci.

Commenti

  1. Ciao. Bello l'incipit e anche la storia sulla ragazza che "poteva finalmente essere chi voleva". Sul discorso relativo ai social sono d'accordo con te ma penso anche che in questo momento sono uno strumento essenziale per la salute mentale delle persone perché consentono di mantenere rapporti con amici ed il mondo esterno. Lo stesso vale per giochi online e Skype che ci danno modo di "esprimerci ed essere noi stessi dietro una campana di vetro".
    Sul paragrafo conclusivo penso sia così per la maggior parte delle persone perché tendenzialmente siamo abbastanza ipocriti dato che vogliamo sempre cambiare ma poi non abbracciamo il cambiamento ma lo soffriamo. Quella piccola parte di individui che ci riesce però userà questo periodo per riflettere reinventarsi e uscirne più forte. Tu in che fazione sei? Ne usciremo con più carattere? Ma soprattutto...ne usciremo? Perciò dai ecco il mio piccolo pensiero. Felice di aver letto i tuoi, ti seguirò. Ciao. Simo

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    1. Ciao Simo, grazie mille per il tuo commento e per aver condiviso il tuo pensiero. Concordo e ti assicuro che nel parlare dei social non mancava una buona dose di autoironia, perché anche a me piace strappare un sorriso o creare un'occasione di confronto con il mondo esterno postando qualche storia di vita quotidiana - correndo il rischio di risultare banale o di espormi al pubblico ludibrio.
      Penso che ne usciremo più adulti e consapevoli, e mi auguro che questa "sospensione dalla realtà" ci abbia concesso l'opportunità di guardarci dentro per un attimo.
      A volte però prevale il cinismo e temo che non servirà a nulla, che ne usciremo stronzi esattamente come prima.
      Oscillo tra la luce e l'ombra, come tanti di noi in questi giorni: la speranza è sempre che sia la luce ad avere la meglio.

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  2. Bello che ci siano opinioni differenti.
    Io trovo , a differenza di Simo. l'incipit un po' scolastico e forzato.
    Invece da "milano dall'alto.." in poi sento ben tradotte in parola sensazioni impalpabili, in cui metti insieme suoni e colori spontaneamente..... Con un gradevole risultato di poesia e leggerezza.

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